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Francesco Florenzano

Presidente dell'Unieda e dell'Upter Università popolare di Roma.
Francesco Florenzano ha scritto 35 articoli per cultura e lifelong learning

Il concorso di poesia come romanzo di formazione.

In un blog di giovani studenti “L’angolo lettura” al quale mi sono associato, si dà questa definizione del romanzo di formazione: 

“Il Romanzo di Formazione racconta la crescita e la maturazione di un personaggio o di un gruppo. In passato lo scopo del romanzo di formazione era quello di promuovere l’integrazione sociale del protagonista, mentre oggi è quello di raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, azioni viste nel loro nascere dall’interno. Può rientrare in diverse categorie: romanzo psicologico-intimistico, romanzo di ambiente e costume, romanzo didattico-pedagogico e ci possono essere diverse formule tra le quali quella del Romanzo Storico, del romanzo Autobiografico e di quello Epistolare.

Ho partecipato sabato 29 aprile 2017 alla premiazione del 23^ concorso di poesia organizzato dall’Università popolare di Spinea e dagli infaticabili Fernanda e Roberto Trevisan, segretaria e presidente della stessa Università. Oltre 500 partecipanti, un nutrito gruppo di premiati e segnalati dalla giuria, una sala gremita, composta da amici e familiari dei premiati, da dirigenti scolastici, professori e professoresse delle scuola locali, dal l’assessore alla cultura e dal sindaco di Spinea. Un “parterre” per nulla distratto dal chiacchiericcio tipico delle platee e delle compulsive manipolazioni del telefonino. Il sindaco ha indossato la fascia tricolore e salito sul palco per premiare i vincitori ha tenuto un discorso semplice semplice, ha detto cioè grazie a tutti, organizzatori e partecipanti, e nulla più, dando alla sua figura un senso della istituzione che non intralcia ma che favorisce e incoraggia e con un sorriso ha stretto la mano a tutti i partecipanti, piccoli e grandi. Una lezione di sobrietà istituzionale alla quale non eravamo abituati.

Torniamo però alla formazione. Assistere alla premiazione di un concorso di poesia può essere altamente formativo per i giovani e gli adulti che vi partecipano. Crea un’immagine diversa delle persone, si scopre una sensibilità diffusa in tante persone che raccontano emozioni e descrivono realtà esterne a sé stessi con dei versi. Fin qui nulla di nuovo, è ovvio chi è e si sente poeta ha una sensibilità superiore alla media! La realtà formativa sta nelle posture di felicità delle persone che, una volta salite sul palco per ricevere un premio fatto in genere da libri e di opere d’arte donate da artisti locali, si rivolgono al pubblico presente, senza parlare, ma con la soddisfazione di essere stati capiti ed apprezzati. E sta qui la realtà di formazione, quell’apprendimento positivo che segnerà le persone per tutta la vita. Essere stati capiti ed apprezzati dalla giuria e tramite il premio da un numero più grande di persone, tra le quali, nel caso dei ragazzi delle V elementari, le loro professoresse orgogliose di loro. Ho visto gli occhi luccicanti di gioia di bambine e bambini che hanno composto versi in gruppo, i quali si scambiavano occhiate complici e soddisfatte. Ecco cosa hanno imparato nel presente di una premiazione: si può essere felici, sentirsi pieni di gioia, in comunione con gli altri, facendo tesoro del lavoro che li ha portati al risultato. La premiazione non è un punto di arrivo bensì un punto di partenza. Sono certo che dal minuto successivo il premio i ragazzi ma anche gli adulti si sono sentiti più buoni, più tolleranti, più comprensivi, più disponibili. Questa è l’essenza del romanzo di formazione che in fondo è una storia di poche ore ma che peserà per tutta la vita.

 

La crisi dell’occidente è causata dal nostro “crollo culturale” – Il Foglio

Sorgente: La crisi dell’occidente è causata dal nostro “crollo culturale” – Il Foglio

Considerazioni su incultura e analfabetismo.

Vorrei proporre alla discussione sul degrado culturale la differenza tra incultura e analfabetismo. Tra i due termini c’è una stretta relazione ma anche una netta differenza. Andiamo a leggere le definizioni dei due termini, leggendo comodamente da casa quanto afferma il vocabolario on line della Treccani.

 

incultura s. f. [comp. di in2 e cultura]. – Lo stato, la condizione di chi è incolto; mancanza di cultura: ha dato prova della sua i.; è di una i. spaventosa. In senso proprio, di terreni non coltivati, è più com. la forma incoltura. (Dal vocabolario on line Treccani)

Sull’analfabetismo il vocabolario si spende di più quasi a farci capire che questi sia l’incultura. Leggiamo:

analfabetismo s. m. [der. di analfabeta]. – Condizione di chi è analfabeta: non si vergogna di confessare apertamente il suo a.; a. di ritorno, quello di chi, avendo appreso a leggere e a scrivere, ha perso tale capacità per mancanza di esercizio e di applicazione. Più com., il fenomeno sociale costituito dall’ignoranza del leggere, scrivere e far di conto: le rilevazioni statistiche dell’a. in un Paese, in una regione; lotta contro l’a.; la diminuzione progressiva dell’a. in Italia. In aggiunta a questo concetto di analfabetismo integrale (detto anche a. strumentale), si è recentemente introdotto anche quello di un a. funzionale, consistente in gravi carenze nella formazione tecnico-professionale, tali da rendere difficile un proficuo inserimento nella vita attiva, soprattutto in relazione allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla crescente complessità dell’organizzazione sociale. (Dal vocabolario on line Treccani)

In realtà l’incolto è il contrario dell’analfabeta. Egli è ben integrato nella società in cui vive e tende a fare “gruppo” con persone della stessa risma. L’incolto, del quale abbiamo vera paura, non sa di esserlo, cosa che spesso l’analfabeta invece sa, per cui cerca di assumere ruoli che successivamente si rivelano al di sopra delle sue possibilità. L’incolto può essere laureato (quanti sono i laureati che leggono un libro durante l’anno?) o addirittura specializzato in un materia in genere operativa, che sanno ripetere ed applicare ma che si bloccano non appena si chiede di fornire una interpretazione più personalizzata. Quindi l’incolto può raggiungere delle mete e cimentarsi in soluzioni che, se avessero magari conosciuto prima attraverso lo studio e la lettura, si sarebbero risparmiati insuccessi e brutte figure.

Ecco è degli incolti che ho paura, questi non mi lasciano mai indifferente. Devo però ringraziarli perché la loro condizione mette a nudo la mia e mi spinge a desiderare di sapere sempre nuove cose. Gli analfabeti, invece, mi danno pena. Questi mi spingono a proporre loro nuove conoscenze per dare loro la possibilità di riscattarsi e reinserirsi nella società, concedendo alla loro personalità quella dignità che sanno di non avere per via della propria ignoranza.

La politica e la cultura assente

L’elezione del Presidente della Repubblica Francese è imminente. I candidati sono concentrati sulle questioni della sicurezza, sugli immigrati e sull’economia. Ovvero concentrati sui temi cruciali della paura, le invasioni, la perdita del potere di acquisto, la perdita dell’identità nazionale. Candidati come Marine Le Pen sguazzano su questi temi, accusando di responsabilità inaudite anche Papa Francesco, come è, a suo avviso, la cultura dell’accoglienza. Solo Macron dice qualcosa sulla cultura (un po’ copiando da Renzi introduce il bonus cultura per i giovani e timidamente accenna al suo potenziamento).

la Repubblica del 15 aprile 2017 ha pubblicato un articolo e un video su questo tema, a conclusione di un’inchiesta sulle elezioni francesi, che potete leggere cliccando qui. Una consapevolezza, quella francese, che nel corso di questi anni ne ha fatto uno dei popoli che più legge, che più frequenta i cinema, i teatri, le sale da concerto, ecc, in Europa. Ne troverete le prove su un volume pubblicato dal Poligrafico dello Stato nel 2015 e disponibile in rete cliccando qui. Nel 2014 il 73% dei francesi ha letto almeno un libro durante l’anno, per contro gli italiani sono stati il 56%, in pari tempo i francesi che hanno visto in TV o sentito alla Radio un programma culturale sono stati l’80% mentre gli italiani sono stati il 60%!

Il fatturato del settore librario in Francia è ben documentato da un articolo di Antonio Lolli pubblicato dal Giornale della Libreria del 25 giugno 2016 (clicca qui per l’articolo completo)

“I dati ufficiali del Syndicat National de l’Edition confermano la crescita, seppur limitata, del mercato del libro francese. Nel 2015 il settore ha registrato complessivamente un +0,6% rispetto al 2014, con un fatturato di 2,667 miliardi di euro, di cui 2,534 miliardi ottenuti dalla vendita di libri (sia in formato cartaceo che digitale) e 133 milioni di euro derivanti dalla cessione dei diritti di edizione. Segno più anche per il numero di copie vendute (+3,5%) e per il numero di titoli pubblicati (+8,6%). In calo invece la tiratura media, sia delle novità (-6,2%), che delle ristampe (-12,8%). Se consideriamo i diversi formati dei libri venduti, il 79,8% del fatturato totale è ottenuto dalla vendita di libri rilegati, il 13,7% dai tascabili e il 6,5% dagli e-book. Dopo diversi anni caratterizzati da segni negativi le vendite di tascabili sono tornate a crescere, passando dai 342 milioni di euro di fatturato del 2014 ai 348 milioni del 2015, registrando così un +1,6%.

E a quanto ammonta il fatturato italiano dei libri? Troviamo la risposta nell’articolo de Il Sole 24 ore del 26 gennaio 2017. Clicca qui per l’articolo completo.

Cresce il mercato del libro in Italia nel 2016, segnando complessivamente (libri di carta, ebook e audiolibri) un +2,3%, raggiungendo così quota 1,283 milioni di euro riferiti al settore varia nei canali trade (librerie, librerie on line e GDO). Lo rileva l’ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (Aie), in una analisi articolata su tre direttrici: lettura, produzione e mercato. A questi dati va aggiunto il possibile valore di Amazon in Italia, stimato in circa 120 milioni solo per il libro fisico, che porterebbe a oltre 1,33 miliardi il valore complessivo del fatturato per i volumi di carta.

Quindi, il mercato francese vale 2,667 miliardi e quello italiano 1,283 miliardi, ovvero quello francese è più del doppio di quello italiano. E questo rapporto vale per tante altre attività culturali. Il divario con la Francia è veramente alto e forse per questo che i candidati all’Eliseo stanno sottovalutando il ruolo della cultura, considerandolo secondario alle preoccupazioni della popolazione, che come dicevamo riguardano soprattutto la sicurezza, l’immigrazione, le periferie, ecc.

Ma la cultura è il bene più grande che la Francia possiede e lo stesso possiamo dire dell’Italia. Perché i politici non provano a investirci di più sia in Francia sia in Italia? E’ vero che lo slogan di Matteo Renzi è “per ogni euro speso in sicurezza un euro speso in cultura” ma di quale cultura stiamo parlando? Probabilmente c’è una omologazione su cosa significa cultura, che spesso sfocia nello spettacolo, e non considera quella che i cittadini organizzano ed alimentano indipendentemente nel loro quartiere, nel proprio paese, con la forza della propria associazione.

La politica italiana dovrebbe investire più nella cultura e prendendo spunto dalla Francia, puntando a raddoppiare i fatturati, promuovendo la lettura e la partecipazione, rendendo fruibile sempre di più i luoghi culturali e valorizzando le migliaia di associazioni culturali e sostenendole economicamente. Sarebbe bello che Berlusconi, Salvini, Grillo, Bersani e tanti altri leader sfidassero Renzi sul piano dell’investimento culturale e rilanciando proponessero non uno ma due euro per ogni euro speso in sicurezza. Mi sembra però che al momento i politici italiani non ci stanno proprio pensando!

Conservazione dei beni culturali e memoria.

Sono stato invitato ad un convegno sui beni culturali come risorsa per lo sviluppo, promosso dall’Italia dei Valori e tenutosi presso una delle sale del Senato della Repubblica in piazza Capranica 72. Alcune riflessioni a caldo. Cosa significa patrimonio culturale? Diciamo la verità ascoltando la parte politica mi sono reso conto che c’è molto da fare nel dare significato a beni culturali, non perché questi politici siano ignoranti, anzi è loro il merito di portare avanti questa discussione. Allora cosa è che non va? Non va il fatto che si pensi solo a 2 cose: conservazione dei beni (fatto ovviamente scontato) e all’economia che muove o che potrebbe muovere. Si dimentica sempre un terzo fatto, che in realtà è il primo, ovvero il mantenimento della memoria e dei contesti entro i quali si situano i beni culturali. Cosa è un museo se non è la memoria viva della storia di un popolo, di un territorio? E come si può creare un interesse nella popolazione se da anni non si cultiva più l’identità culturale italiana. Il che significa l’orgoglio di essere gli eredi di una storia straordinaria, invidiata in tante parti del mondo. Basta leggere le pagine di un recente libro del prof. Maurizio Bettini “A che servono i Greci e i Romani” edito da Einaudi, per rendersi conto di quanto poco si faccia e di quanto poca consapevolezza collettiva abbiamo sulla nostra storia. Infatti, cosa è l’archeologia senza la storia e come si può amarla se non si conosce il mondo greco e romano. Ecco la chiave di lettura che ancora manca: la memoria, intesa come patrimonio immateriale di un popolo, è la prima cosa che occorre conservare. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali dovrebbe occuparsi di più delle persone oltre che delle cose. Sul territorio italiano sono le associazioni culturali che praticano la memoria delle tradizioni, molto più della Scuola o delle Università, e con una capillarità straordinaria, capaci di coinvolgere persone anche nei luoghi più sperduti d’Italia. La vera tutela dovrebbe essere rivolta alle associazioni culturali e a tutto il terzo settore, sostendolo anche economicamente e ospitandolo all’interno dei suoi edifici. Allora si che la memoria non puzzerà di accademia esclusiva ed escludente e i cittadini potranno riscosprire che la ricchezza si trova nell’identità culturale di un popolo.

Cultura per arricchire la personalità

Sempre più con il passare degli anni mi accorgo di quanto sia attuale il pensiero di Antonio Gramsci.  Morto 80 anni fa è passato il tempo di considerare Gramsci solo come capo di partito e fondatore de l’Unità. E’ tempo di considerarlo come un lucido e curioso osservatore di ogni espressione culturale dell’uomo del suo tempo. Il suo pensiero sempre coerente e prospettico, anticipatore, è stato considerato spesso come eretico e inusuale per la ricchezza delle analisi di cui fu capace e soprattutto per lo spaziare dei temi, frutto della sua curiosità ed intelligenza. Gli studi su Gramsci sono veramente tanti e non solo in Italia, che ha nella Fondazione Gramsci diretta da Giuseppe Vacca la custode e il centro di diffusione del suo pensiero, ma negli USA, che dedica molte cattedre universitarie al suo fecondo pensiero.

Gramsci nell’era della non Wikipedia già si poneva la questione del sapere e scriveva: “Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. (Socialismo e cultura, ne Il Grido del popolo, 29 gennaio 1916).

E continua sempre nello stesso articolo: “Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di piú di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce”.
Perché “La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.”

 C’è da rimanere attoniti nel leggere queste cose. Nel 1916, Gramsci aveva solo 25 anni (nato il 22 gennaio 1891 e morto il 27 aprile 1937) e come sappiamo non si era laureato e non era un mai diventato un giornalista professionista, anche se ha scritto più lui che 100 giornalisti attuali messi assieme.

Ed è pensando a lui che proponiamo anche quest’anno un ricco programma di corsi e di attività denominata “Università d’estate” sperando di non essere organici a quella classe sociale che domina e asserve un po’ tutti e soprattutto di non essere assimilati alle iniziative dell’Università popolare di Torino di inizio secolo XX alla quale dedica proprio in quegli anni un articolo critico. La nostra ambizione è di dare opportunità vere, di suscitare sempre più curiosità e soprattutto di rinforzare il ruolo della cultura nella crescita personale.

Buona estate a tutti.

Pubblicato come editoriale dell’Università d’estate dell’Upter 2017.

Nuovo anno

Il 2017 sarà un anno migliore del precedente? In realtà, parliamoci chiaro, la separazione degli anni è molto comoda ed è una consuetudine dei bilanci. Tuttavia dal 31 dicembre al 1 gennaio non cambia assolutamente niente. I debiti restano debiti e nessuno ricomincia daccapo, ovvero nessuno può far finta che il passato non influisca sul futuro. In effetti, il nostro lavoro continuerà come prima con l’aggiunta della zavorra delll’anno precedente. Bene disse Antonio Gramsci nel 1916′ in un suo splendido articolo della rubrica Sotto la mole dell’Avanti! Odio il capodanno.

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